Attacchi malvagi contro la Svizzera
Come la finanza internazionale inscena una campagna diffamatoria
di Jürgen Elsässer
Peer Steinbrück è entrato nella storia delle citazioni: «Contro la Svizzera non dobbiamo usare solo la carota, ma anche il bastone», ha affermato qualche settimana fa complimentandosi con l’OECD riguardo all’intenzione di quest’ultimo di elaborare una lista di paradisi fiscali e di sanzionarli. «Il fatto che una lista nera di questo tipo possa essere elaborata [...] rappresenta, detto volgarmente, il settimo reggimento della cavalleria di Yuma, che potrebbe essere inviato. Non è che debba essere inviato per forza. Ma è bene che gli indiani sappiano che esso esiste.»1
Immaginiamoci, per un attimo, che il Ministro delle Finanze tedesco si fosse espresso in modo similare su Israele o sulla Turchia. Dalla Faz fino alla Welt il paragone con gli indiani gli avrebbe probabilmente conferito la fama di incitatore al genocidio. Henryk M. Broder e Kai Diekmann avrebbero cercato il suo lessico nel dizionario delle mostruosità. Da qualche parte forse dei fanatici avrebbero fatto delle manifestazioni e avrebbero bruciato dei pupazzi con la faccia di Steinbrück. La cancelliera si sarebbe formalmente scusata presso l’ambasciatore israeliano. Friede Springer, Liz Mohn, Charlotte Knobloch e altre allegre signore della combriccola rosa della cancelliera avrebbero chiesto la testa dell’uomo della SPD. Fuori il dente, via il dolore. Franz Müntefering, quando muore un papa, ne fa un altro.
Nei confronti della Svizzera invece un Gröfaz tedesco - Größter Finanzminister aller Zeiten, ovvero più grande ministro delle finanze di tutti i tempi – può sparare ad altezza uomo, eventualmente anche con il rumore degli spari nel sottofondo come ai tempi della storia coloniale dell’uomo bianco, senza che in questo paese nessuno dica niente. Con questo non si vuole parlare a favore dell’indignazione automatica di quelli politically correct, ma si vuole solo far notare di come si siano trattenuti in questo caso i portabandiera del «mai più».
Giornalismo d’assalto
Che Steinbrück sia passato come il John Wayne della situazione, ha incitato i falchi delle redazioni tedesche all’imitazione. Gli attacchi sono arrivati sia da destra che da sinistra – dal momento che contro i cittadini svizzeri l’opinionistica tedesca (non il popolo) non conosce più colore politico.
Nella Frankfurter Allgemeinen Zeitung, nave ammiraglia pubblicistica dell’unione della Merkel, è stato diagnosticato che la situazione della Svizzera «ora assomiglia a come la UDC (Unione democratica svizzera ultraconservatrice) l’ha sempre dipinta: essa è da sola al mondo, senza amici, in balia della morsa tra Stati Uniti ed Europa, messa su una lista ‹grigia› della collettività nazionale. Il periodo di divieto di caccia di due guerre mondiali è finito.» E ancora: «In un’Europa dall’unione crescente la Svizzera è diventata il ‹nemico interno›.»2 Questo afferma l’autore Jürg Altwegg, che sia ben chiaro non come una critica all’UE e agli USA ma come critica agli svizzeri, unici colpevoli del loro isolamento. In modo da condurre il lettore direttamente nella giusta direzione il «nemico interno» viene subito marchiato con il titolo: «Gli indiani cantano jodel sulla fortezza delle alpi». Il motivo di Steinbrück dei selvaggi arretrati qui non si riferisce alle Rocky Mountains, ma alla «fortezza delle alpi», dalla quale gli svizzeri volevano resistere a un’invasione nazista. Quello che lo spirito del tempo politicamente corretto in altri casi avrebbe festeggiato come eroico patriottismo partigiano nel caso svizzero viene ridicolizzato: nel «rifugio» delle montagne si sarebbero preparati per «difendere nei bunker e ghiaioni una piccola macchia di Svizzera autonoma». Sicuramente anche Joseph Goebbels avrebbe gradito questo sottile spot antifascista della FAZ.
Lo stereotipo dei montanari, stereotipo da quattro soldi, appare anche in un giornale liberale di sinistra. «Quando Hürlimann canta jodel», s’intitola l’articolo nell’edizione online del settimanale Freitag. In apparenza esso si occupa dello scrittore svizzero Thomas Hürlimann, che viene definito, in modo penetrante, come il «poeta delle montagne», «il lirico delle montagne» o «il poeta delle alpi». Lui ha osato contrapporsi agli attacchi tedeschi contro la Svizzera, e ne ha buscate ben bene dall’autore del Freitag Rudolf Walther: «Oltre all’amore per il kitsch alpino, lo jodel impregnato di nazionalismo di Hürlimann rivela solo una cosa: sembra che l’autore soffra di un’erezione nazionale perenne – in medicina: priapismo, nel gergo popolare: alpinismo genitale.»3 Sarà compito di uno psicanalista verificare se il critico con queste dichiarazioni riguardo al problema dell’irrigidimento del pene ha parlato più di sé stesso che non del suo rivale pubblicistico. È più importante notare che egli formula il suo risentimento non solo contro un collega ma contro una nazione intera: «Ma dove regna il Dio denaro, il segreto bancario e il patriottismo svizzero, i diritti fondamentali al limite fanno da decorazione.» Ma forse intendeva dire: che solo dopo che la «comunità internazionale di stati» nella figura di Steinbrück ha sottratto ai vicini «soldi, segreto bancario e patriottismo svizzero» saranno garantiti i diritti fondamentali.
Nel periodico Stern, che s’insedia nel triangolo delle Bermuda rosso verde tra FAZ e Freitag, scrive l’opinionista di punta Hans-Ulrich Jörges in pompa magna. Egli considera la Svizzera una Schoki-Republik ovvero una repubblica del cioccolato notoriamente schiacciata da complessi di inferiorità «ovvero come un paese che ancora riesce a fare soldi con i buchi nel formaggio e che concede asilo politico illimitato solo al bigliettone verde». Egli riesce nell’opera di non solo difendere Steinbrück ma addirittura di superarlo in quanto a odiosità. «A livello morale il paragone tra i cittadini svizzeri e i pellerossa non è meno contestabile: gli indiani fanno pena, ma gli svizzeri affatto. I selvaggi affamati hanno lottato con pieno diritto a favore della propria esistenza. Gli gnomi sazi del lago di Zurigo invece difendono il loro segreto bancario parassitario, il diritto arrogato all’esistenza di un intero paese come cassaforte di denaro sporco dei dittatori e dei vari Zumwinkel di questo mondo – un invito continuo alla violazione della legge domestica.»4 Questa cosa può essere combattuta solo con la forza: «Un John Wayne deve salire a cavallo e mettere in fuga il Far West svizzero, a gambe levate e che batta gli speroni. Uno che fa sbattere le porte del saloon. Uno che a ogni congresso bancario fa una grande predica ai signori facendoli gemere dal piacere. È bello farsi frustare di tanto in tanto no? Mano alla colt, John Wayne Stone! Fiato alle trombe! All’attacco!«.
Il capro espiatorio
Ovviamente la maggior parte delle cose che sono state scritte sia in Germania che altrove sul cosiddetto paradiso fiscale svizzero non hanno niente a che fare con la realtà – come per esempio anche il dato diffuso da Steinbrück riguardo ai 200 miliardi di Euro di denaro sporco che cittadini tedeschi avrebbero portato nel paese confinante.5
Ma anche se la Svizzera fosse il malvagio paradiso fiscale come è stata dipinta: anche in quel caso il hallalì delle potenze occidentali non sarebbe giustificato. Perché l’evasione fiscale non è né la ragione, né il retroscena né la causa scatenante della crisi economica mondiale, il cui inizio nell’autunno del 2008 ha provocato i violenti attacchi alla Confederazione. Che al vertice G20 nell’aprile 2009 a Londra Steinbrück e Co. abbiano dato l’impressione opposta, ha sbalordito anche la stessa FAZ: «Chissà se un giorno qualcuno si chiederà come gli strateghi del vertice siano riusciti a mettere la lotta all’evasione fiscale al centro di un incontro che come obiettivo aveva la soluzione della crisi finanziaria mondiale? Ad ogni modo le due cose hanno poco a che fare l’una con l’altra, anche se i capi di stato e di governo vorrebbero far credere il contrario. Ma si sa che questi ultimi spesso si dedicano con più fervore a questioni fiscali che non a ingombranti riforme di sistema.»6
La Grande crisi non è stata causata dall’evasione fiscale, ma da attacchi speculativi all’economia globale, sferrati quasi esclusivamente dalle piazze finanziarie di New York e Londra ovvero dalle fucine di maldicenze speculative, collegate a queste ultime, nelle isole per lo più britanniche dei pirati (Isole Cayman, Isola di Man, Isole del Canale). Banchieri svizzeri dell’UBS per esempio ma anche manager di banche tedesche sono stati coinvolti in questi attacchi - ma essi non hanno agito attraverso Zurigo o Francoforte sul Meno, ma, come i loro compari, attraverso gli USA o la Gran Bretagna. In altre parole: essi non hanno agito in veste di membri o addirittura rappresentanti della finanza svizzera o tedesca, ma come soci di una finanza oligarchica internazionale. «Le armi finanziarie di distruzione di massa» (così si è espresso il multimiliardario americano Warren Buffet), che sono state usate durante questi attacchi speculativi non sono state caricate con un capitale vero (p.e. utili provenienti dall’economia reale che erano nascosti in paradisi fiscali), ma soprattutto con capitale fittizio, creato senza copertura economica reale e con intenzioni fraudolenti da grosse banche private (p.e. sotto forma di derivati).
Questi nessi complicati sono al centro del mio nuovo libro* e qui ora possono solo essere accennati. In realtà basta ricordarsi un numero: i documenti falsi provenienti dalle fucine di maldicenze Offshore come le Isole Cayman, in relazione ai quali istituti di credito tedeschi si sono fatti abbindolare da falsari di Londra e New York, ammontano a nientemeno che 296 miliardi di Euro, questa la stima della FAZ a fine gennaio 2009.7 Queste richieste non sono esigibili da parte tedesca, in quanto questi paradisi fiscali Offshore non sono sotto la giurisdizione tedesca o internazionale. Bombe del genere, costruite con capitali fittizi, sono già esplose in Islanda, e hanno causato la rovina di questo paese – un islandese su tre sta valutando seriamente la possibilità di emigrare. Anche qui affonderà qualche nave bancaria orgogliosa, con le relative conseguenze su risparmi e posti di lavoro, se non si riuscirà a disinnescare queste cariche esplosive.
Tuttavia Steinbrück non sdrammatizza nulla. Anzi: non menziona nemmeno queste richieste assurde che ammontano a 296 miliardi di Euro che la Germania fa nei confronti della Gran Bretagna e delle sue isole dei pirati. Egli parla solo dei due - presunti – miliardi di Euro che il fisco tedesco pretende dalla Svizzera.
Questa si chiama manovra diversiva. Questa si chiama caccia al capro espiatorio, al fine di distogliere l’attenzione dal vero colpevole. E la storia c’insegna dove questo ci può portare. •
Per ulteriori informazioni vai su: www.juergen-elsaesser.de
* Jürgen Elsässer, Nationalstaat und Globalisierung, ISBN-13: 978-3937801476
1 Z. n. Andreas Kunz,»Steinbrück in Zitaten«, Weltwoche, 16.04.2008
2 Jürg Altwegg,»Die Indianer jodeln in ihrer Alpenfestung«, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 15.04.2009
3 Rudolf Walther,»Wenn Hürlimann jodelt«, Freitag (Online), 20.04.2009
4 Hans-Ulrich Jörges,»Zwischenruf: John Wayne am Matterhorn«, Stern, 14/2009
5 Cfr. Intervista con Steinbrück in data 27.04.09 alla Televisione Svizzera e 3Sat
6 Heike Göbel,»Listenplätze«, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 04.04.2009
7 Maf., Deutsche Banken haben hohes Hedge-Fonds-Risiko, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 30.01.2009
(Traduzione Discorso libero)
Chi finanzia la campagna denigratoria contro la Svizzera?
La diplomatica Mira Beham e l’esperto mediatico Jörg Becker nel loro libro «Operation Balkan» hanno dimostrato minuziosamente come negli anni 90, su incarico di circoli finanziariamente potenti, agenzie di pubbliche relazioni hanno lanciato una campagna con lo scopo di demonizzare la Serbia e hanno descritto la compiacenza dei media nel sostenerla. L’obiettivo della campagna era quello di sferrare un attacco Nato contro la Serbia e di distruggere la Jugoslavia. Non risulta perciò difficile immaginarsi che dietro alla campagna denigratoria si trovano anche agenzie di pubbliche relazioni e circoli finanziariamente potenti, interessati a denigrare il Paese, per poi attuare i propri oscuri piani. ISBN 978-383-291900-9
(Operazione Balcani: pubblicità per geurra e morte)